Le guide di Sarajevo sono piene di informazioni su monumenti, storia, dove dormire, mangiare, passeggiare e prendere un caffè.
Probabilmente sentirai dire anche che Sarajevo è la Gerusalemme d’Europa, dove Oriente e Occidente si incontrano, una città in cui persone di fedi diverse convivono da secoli.
Ma solo chi è di qui ti racconterà la storia un po’ magica del “Triangolo dei desideri di Sarajevo”. Nella parte vecchia della città ci sono tre luoghi che tutti visitano, qualunque sia la loro religione, nella speranza che i loro desideri si avverino.
Il Mausoleo dei sette fratelli, la chiesa cattolica di Sant’Antonio di Padova e la Vecchia chiesa ortodossa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele formano questo cerchio magico.
Secondo la leggenda il percorso inizia dal Mausoleo dei sette fratelli, dove l’usanza vuole che si getti una moneta dalla finestra esprimendo un desiderio sincero per i propri cari. Si prosegue poi verso la chiesa di Bistrik, dove si può lasciare un’offerta o accendere una candela e, naturalmente, recitare la preghiera che si conosce, perché, come si dice, l’importante è che sia sincera e venga dal cuore.
Il cerchio si chiude nella Vecchia chiesa ortodossa della Baščaršija, dove si accende di nuovo una candela, si può lasciare una piccola offerta e si prega per un aiuto. In questi tre luoghi si chiedono soprattutto salute e felicità per le persone più care.
La Vecchia chiesa ortodossa è uno dei monumenti più antichi e preziosi di Sarajevo e tra gli edifici religiosi più antichi della regione. Si trova vicino alla Baščaršija, in via Mula Mustafe Bašeskije.
La leggenda della sua costruzione

Fu costruita durante la grande crescita di Sarajevo sotto il dominio ottomano e il governatore Gazi Husrev-beg, noto come grande costruttore. È menzionata per la prima volta nel 1539, ma si pensa che sorga sulle fondamenta di una chiesa ancora più antica.
La leggenda racconta che Gazi Husrev-beg accettò la richiesta della comunità ortodossa di costruire una chiesa, a condizione che fosse semplice e non occupasse più terreno della pelle di un bue.
Un vecchio saggio ebbe allora l’idea di tagliare la pelle in strisce sottili e di delimitare con esse tutto il terreno necessario, rispettando alla lettera la condizione del bey. Il grande Gazi fu compiaciuto da tanta astuzia e permise di costruire la chiesa nelle proporzioni che conosciamo oggi.
La veridicità della leggenda non è mai stata confermata, ma è una delle storie più belle sui legami tra le persone di Sarajevo.

La chiesa ha una forma insolita: è più larga che lunga. Pur essendo stata costruita come chiesa ortodossa destinata a durare secoli, in origine le mancava un elemento fondamentale, il campanile, aggiunto solo all’inizio del XX secolo.
Il primo campanile era di legno e solo in seguito fu costruito in muratura. Il motivo era una legge ottomana che vietava edifici più alti di una moschea.
All’inizio la chiesa aveva un solo piano, molto alto, ma nel XVII secolo, quando divenne troppo piccola per i fedeli, l’altezza fu divisa da un pavimento di legno, creando una galleria per le donne.
Nel 1788 la chiesa fu danneggiata da un incendio e ricevette poi un nuovo tetto. Nel cortile c’era un vecchio pozzo in cui si gettavano monete e la cui acqua, nonostante il sapore metallico, era ritenuta curativa.
Monumento nazionale della Bosnia ed Erzegovina
Nel settembre 2006 la Commissione per la tutela dei monumenti nazionali della Bosnia ed Erzegovina ha dichiarato monumento nazionale la Vecchia chiesa ortodossa (chiesa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele) di Sarajevo.
Il monumento comprende la chiesa, il cortile, l’edificio del museo, il muro di cinta, il portone d’ingresso, la casa parrocchiale e il patrimonio mobile. Tra l’altro, il museo custodisce 140 icone, quattro frammenti di iconostasi, 114 oggetti in metallo, 13 libri, sei documenti antichi e 37 tessuti e ricami liturgici.
Il museo della Vecchia chiesa serbo-ortodossa è nato dal suo tesoro. Un merito particolare va al fabbriciere Jeftan Despić, che nel 1889, dopo l’apertura del Museo nazionale di Sarajevo, ebbe l’idea di trasformare il tesoro in museo; per questo fu adattato il piano superiore di un magazzino nel cortile della chiesa.
Durante la Seconda guerra mondiale la chiesa e il museo non furono né danneggiati né saccheggiati, grazie al dott. Jozo Petrović, allora direttore del Museo nazionale.
La maggior parte degli oggetti del museo sono dipinti di artisti locali e stranieri.
Il museo conserva anche libri ecclesiastici manoscritti e stampati di grande valore storico e artistico, soprattutto la Krmčija di Sarajevo su pergamena della prima metà del XIV secolo. Tra i libri stampati ci sono due Octoechos di Cetinje di Đurađ Crnojević del 1493/94.
Ci sono poi molti ricami, paramenti in broccato d’oro, drappi ecclesiastici e cinture ricamate e tessute con fibbie. Tra gli oggetti in metallo figurano croci rivestite del XVII e XVIII secolo, turiboli, panagiari e lampade locali e veneziane. Pochi gli oggetti in legno e pietra lavorata.
I primi dati scritti sul tesoro furono pubblicati da Hilferding, mentre la prima monografia fu scritta nel 1936 dal dott. Lazar Mirković, professore alla Facoltà di teologia di Belgrado.
Fonte: radiosarajevo.ba



